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Número 23 | Janeiro – Junho 2018 ISSN 1646-740X
 

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Tanto malvagio da essere d’esempio. I clerici anglo-normanni e la descrizione di Guglielmo II Rufo, disgraziamente re d’Inghilterra

 

Fabrizio De Falco
Università di Bologna,
Dipartimento di Storia Culture Civiltà
40124, Bologna, Italia
fabrizio.defalco2@unibo.it

RESUMO TEXTO NOTAS REFERÊNCIAS BIBLIOGRÁFICAS CITAÇÃO imprimir PDF imprimir mail indice
 
 

Data recepção do artigo / Received for publication: 16-03-2017
Data aceitação do artigo / Accepted in revised form: 20-10-2017

Guglielmo II (1060-†1100), detto Rufo, fu re d’Inghilterra dal 1087 alla sua morte, succedendo al padre Guglielmo il Conquistatore e regnando in aperta contrapposizione al fratello maggiore Roberto Curthose. Fin dall’inizio è descritto non come un principe ma come un tiranno, valoroso comandante ma uomo iracondo e guerrafondaio, dedito a spogliare le chiese per poter finanziare il suo nutrito gruppo di cavalieri[1]; irriverente ai limiti della blasfemia[2], vizioso, amante del lusso e forse omosessuale, dall’aspetto tozzo e dai modi volgari[3]; filogiudeo e esterofilo[4]. Un tiranno che sarebbe stato probabilmente ricordato come il peggiore re d’Inghilterra se questo ruolo non fosse poi stato riservato a Giovanni SenzaTerra, per fortuna tiranno perdente[5]. La riflessione storica su Guglielmo II ha generalmente seguito la linea tracciata dagli autori medievali e poche volte, fino all’opera biografica di Barlow[6], se ne è distanziata, operando spesso solo un semplice calco della costruzione biografica avvenuta nel corso XII secolo[7]. Una tendenza che ha portato gli storici a seguire con particolare interesse quella che è poi la descrizione più vivida delle vicende che segnarono la vita di Guglielmo II: quella della sua morte, avvenuta durante una battuta di caccia a New Forest dove, incurante dei presagi che annunciavano la sua fine, il re è colpito da una freccia vagante scagliata da uno dei suoi compagni. Morte accidentale, complotto, rituale pagano? Nel proliferare di ipotesi, l’attenzione riservata dalle fonti per quella morte, tanto improvvisa quanto dal tempismo perfetto, ha portato con se quella degli storici[8].

Oggetto di questa breve riflessione non è la veridicità della ricostruzione storica del regno di Guglielmo II, bensì la descrizione del re nelle narrazioni a lui coeve e immediatamente successive. La costruzione di una biografia è anche nel XII secolo una operazione precisa: la selezione degli avvenimenti e il loro taglio interpretativo sono condizionati dalle intenzioni dell’autore, dalle sue conoscenze e dagli strumenti del suo lavoro. Mi concentrerò così dapprima sulla costruzione biografica di Guglielmo II, la quale si basa su opere scritte a cavaliere tra i secoli XI e XII. In primo luogo le biografie di Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury e nemico di Guglielmo II; in successione, le opere di inizio XII secolo, scritte quando nell’agenda politica del regno era di primaria importanza la necessità di Enrico I di costruirsi una legittimità politica, minacciata dal fratello Roberto, e di ricostruire i rapporti con la Chiesa Inglese[9]. In un secondo momento cercherò la rappresentazione della figura di Guglielmo II detto Rufo nel passaggio, alla metà del XII secolo, della produzione scritta dai monasteri alla curia regis. Si vedrà in che modo l’esemplare malvagità di Guglielmo II sia raccontata dai curiales della corte di Enrico II, attenti alla rilettura del passato in chiave politica, e il re trasformato in un topos, un esempio da poter usare nelle loro argomentazioni e per i loro obiettivi.

 

I

L’ascesa al trono di Guglielmo II, al posto del fratello maggiore Roberto, non fu una usurpazione del trono: Guglielmo II fu designato dal padre Guglielmo I come suo erede in Inghilterra, trovò l’aiuto dell’ arcivescovo di Canterbury Lanfranco che lo incoronò e divenne suo consigliere e fu acclamato e sostenuto dal suo esercito. Andando a confrontare le politiche portate avanti da Guglielmo II non si trovano grandi discordanze con le idee e le pratiche di governo proprie dei sovrani e duchi normanni[10] e Guglielmo IIesercitò il potere regio in Inghilterra sulle basi dell’esperienza del ducato di Normandia: ritenne l’attribuzione dei seggi episcopali come facente parte delle sue prerogative; assicurò i confini del regno con spedizioni verso la Scozia, il Galles e la Normandia; promosse la creazione di una curia regia, o meglio di un apparato di governo formato da uomini a lui legati e che rendesse l’amministrazione del regno stabile e fruttuosa. Guglielmo II diventò così uno dei sovrani più facoltosi dell’epoca.

La tendenza accentatrice del suo governo, che caratterizzò anche quello del fratello Enrico I, trovò poi l’opposizione del nuovo arcivescovo di Canterbury Anselmo d’Aosta, a capo delle proposte riformatrici della Chiesa Romana, e anche quella dei nobili normanni, che avevano maggiore libertà d’azione sotto il più morbido governo del fratello Roberto Curthose. Nell’affrontare una riflessione sulla descrizione totalmente negativa di Guglielmo II è da notare che tale sovrano non curò in alcun modo la rappresentazione di sé e del suo regno da tramandare poi alla posterità. Le uniche fonti contemporanee al regno di Guglielmo II che ne descrivano la figura, e sulle quali si basano le successive costruzioni storiche e biografiche, sono le opere di Eadmero di Canterbury, la Historia Novorum e la Vita Sancti Anselmi, e, in parte minore, le Cronache Anglo-Sassoni.

Eadmero fu monaco a Canterbury e nel 1093 il neo-arcivescovo Anselmo lo nominò suo cappellano e membro della curia. Da quel momento Eadmero non lasciò più il fianco dell’arcivescovo, testimoniando in prima persona dello scontro tra Anselmo e Guglielmo II[11] e seguendolo due volte in esilio. Entrambe le opere che dedicò alla vita di Anselmo furono iniziate durante il regno di Guglielmo II e poi continuate dopo la sua morte[12]. Nella penna di Eadmaro, Guglielmo II è un re ingiusto, sacrilego, corrotto, devastatore e oppressore della Chiesa, ma sopratutto un voltagabbana che aveva disatteso le promesse di pacificazione fatte ad Anselmo[13]. Per il monaco “orta est ergo tam vasta miseria miseraque vastatio per totum regnum, ut qui illius recordatur parem se ei ante hanc vidisse in Anglia, sicut aestimo, non recordetur[14].

A questa narrazione faziosa si aggiungono le Cronache Anglo-Sassoni, anche loro di produzione monastica. Nelle Cronache possiamo leggere che il re, mal consigliato,

“fu sempre intento a opprimere la sua nazione con la richiesta di servizi militari e tasse eccessive, cosicché ai suoi tempi la giustizia era totalmente assente e l’ingiustizia prosperò sia negli affari ecclesiatiaci che in quelli secolari. Abbatté la Chiesa di Dio e vendette per denaro o trattenne nelle sue mani tutte quelle abbazie o vescovati i cui responsabili erano morti, questo perché intendeva essere l’erede di chiunque, laico o ecclesiastico”[15].

È l’ambiente monastico quindi, e in particolar modo quello vicino al rivale di Guglielmo II, Anselmo, a fornire il materiale originario per la costruzione della figura del sovrano che si sarebbe poi consolidata nell’immaginario collettivo e storico del XII secolo.

 

II

Nel corso del XII secolo queste ricostruzioni negative e fatte da autori ostili a Guglielmo II furono usate per mettere a confronto il regno di Guglielmo II con quello di suo fratello Enrico I (1068-†1135). Una comparazione tanto impietosa quanto necessaria dal punto di vista della legittimazione politica del nuovo sovrano e di quanti aspiravano a succedergli. Dopo i primi turbolenti anni, Enrico I, ultimo dei figli di Guglielmo I, garantì un periodo di crescita e prosperità al regno inglese, portando avanti un rafforzamento dell’autorità regia e riuscendo a evitare quanto più possibile lo scontro con gli altri poteri operanti nel regnum. Enrico I Beauclerck è descritto come un sovrano giusto e il suo regno è considerato dagli autori anglo-normanni come l’età dell’oro inglese[16]. La figura di Enrico I si costruisce dal punto di vista narrativo quando il re è ancora in vita e la legittimazione del suo potere nei confronti del fratello maggiore Roberto è una questione di primaria importanza. Alla necessità di Enrico I si aggiunse poi, dopo il naufragio della Nave Bianca che privò il regno di molti dei suoi nobili e dell’erede al regno, la spinosa questione della successione al trono. A queste contingenze si accompagna il considerevole aumento della produzione di opere storiche durante la prima metà del XII secolo[17] – una vitalità che si esprime tramite molti autori, basti pensare a John di Worcester, Orderico Vitale, Guglielmo di Malmesbury e Henry di Huntingdon o al anche fortunatissimo Goffredo di Monmouth – e così, nello scrivere e riscrivere la historia, Guglielmo II diventa confronto e metro di misura per il buon governo del fratello. Basandosi proprio sulle Cronache Anglo-Sassoni e sulle opere di Eadmaro, e a distanza di circa venti anni dalla scomparsa del Rufo, la figura di Guglielmo II si arricchisce e prende forma, vi si aggiungono pregi come quello del suo immenso valore in battaglia[18], ma sopratutto si delineano gli ultimi tratti del tiranno in un racconto più particolareggiato e calato nel contesto, fissandone la narrazione storica.

Guglielmo di Malmesbury e il ritratto del Rufo

L’autore di maggior successo e influenza è senza dubbio Guglielmo di Malmesbury la cui opera storica ebbe una diffusione capillare e che è stato poi apprezzato particolarmente anche dagli storici moderni[19]. La più conosciuta tra le opere di Guglielmo, che trae ispirazione e si allinea a quella di Beda[20], sono i Gesta Regum Anglorum[21]. Diversi capitoli del IV libro dei Gesta Regum Anglorum descrivono il regno di Guglielmo Rufo e la figura del sovrano[22]. Il monaco di Malmesbury riporta la nascita del Rufo in Normandia, ben prima della Conquista, e descrive l’educazione del sovrano e il suo carattere, sottolineando come il fallimento del suo governo non sia stato causato dalla mancanza di qualità ma dal fatto che il re non le abbia mai messe a frutto, facendosi invece accecare dal potere. La descrizione delle qualità giovanili corrispondono poi alla figura dell’uomo adulto: dedito all’esercizio delle armi, coraggioso e rispettoso del volere paterno[23]. L’animo guerriero e l’uso smoderato del potere nelle parole di Guglielmo di Malmesbury porta però il Rufo alla rovina: la sua ira è a stento contenibile e la sua severità contro ribelli e malvagi terribile. Il suo animo cavalleresco e la sua indomita animosità ne fanno un condottiero valoroso ma non un vincente: il Rufo rimane fondamentalmente un soldato, come si può notare dall’esito negativo delle dispendiose campagne in Galles[24]. La moderazione non è caratteristica del Rufo che, dopo la morte di Lanfranco, non ha più un saggio consigliere a guidarlo e non ha più rispetto né per gli uomini né per il Signore[25]. La sua prodigalità eccessiva attrae il favore interessato di molti e la sua corte si colma di cavalieri – ai quali il re ritiene di non dover far mancare nulla e ai quali promette sempre maggiori ricchezze – e di ecclesiastici, pronti a sfruttare il suo comportamento simoniaco. Guglielmo di Malmesbury ritrae una corte contraria alla natura, immorale e depravata, un riflesso del sovrano ormai degradato e corrotto dall’avidità, dove nessuno rispetta la propria funzione e l’effeminatezza ha ormai fiaccato gli animi. Ancora, Guglielmo Rufo è un re dedito allo sperpero ma anche facile da raggirare[26], e illetterato. Gugliemo Rufo non manifesta alcun desiderio di ascoltare gli insegnamenti della storia e si esprime in modo rozzo e goffo[27]. Il suo aspetto fisico non ha nulla della dignità regale ma molto del caporione minaccioso[28]: uomo forte ma basso di statura e dal ventre prominente; i capelli lunghi e biondicci incorniciano il viso sempre arrossato e collerico e dagli occhi dai colori cangianti e instabili.

Tuttavia Guglielmo di Malmesbury ricostruisce un Guglielmo Rufo dai tratti meno ferici rispetto ai suoi predecessori: il secondo re normanno d’Inghilterra non è per lui un esempio di malvagità innata, ma piuttosto un uomo che ha sprecato le sue qualità lasciandosi corrompere dal vizio. Guglielmo II entra a far parte dei re cattivi, ma nell’intenzione didascalica del Gesta Regum la regalità del Rufo è un esempio negativo di regalità corrotta dall’ambizione[29]. Nei Gesta Regum Guglielmo II soffre poi il confronto con l’esempio positivo del regno di Enrico I su cui si concentra l’intero quinto libro dei Gesta Regum e nel quale Enrico I diventa esempio e misura del buon governo[30]. Il confronto tra i due reè però necessaria espressione del contesto che ha dato vita ai Gesta Regum. La prima stesura dell’opera iniziò sotto invito della regina Matilde ma il lavoro del monaco continuò poi sotto il patronaggio di Roberto di Gloucester[31], figlio naturale di Enrico I, quando si era nel vivo della lotta per il trono che oppose Roberto e la sorellastra Matilde l’Imperatrice a Stefano di Blois. L’opera di Guglielmo di Malmesbury serve a rinforzare la propaganda del regno di Enrico I ed essere così utile agli avversari di Stefano di Blois. Così, nel narrare il regno di Guglielmo II, hanno ruolo sia la necessità di limare le colpe dovute alla sua natura – dal momento che si trattava di una natura familiare che condivideva sia con Enrico I, sia con Roberto di Gloucester – sia quella di offrire un modello di regalità negativo, da legare a Stefano di Blois[32].

Orderico Vitale: Guglielmo II Rufo e Enrico I, un paragone comune nel regnum

La figura storica di Guglielmo II ha le stesse caratteristiche descritte da Guglielmo di Malmesbury anche sull’altra sponda della Manica, in Normandia, nell’opera di un altro contemporaneo, Orderico Vitale[33]. Nella sua Historia Ecclesiastica il monaco normanno ripete gli attributi del Rufo: lascivo, avido, gretto, corrotto e superbo[34]. La prospettiva di Orderico è però diversa da quella di Guglielmo: nella sua Historia la necessità di salvaguardare l’istituzione monastica e la ecclesia sono fondamentali. Orderico è anch’egli uno dei fieri sostenitori di Enrico I, a suo parere il ‘leone della giustizia’ delle profezie di Merlino[35], e sostiene Enrico I contro le rivendicazioni del fratello maggiore Roberto. Per Orderico, il debole governo di Roberto, che lascia mano libera alla voracità dei nobili e dei cavalieri, non è capace di tutelare le istituzioni ecclesiastiche e i monasteri, mentre quello di Guglielmo II semplicemente non se ne interessava e, anzi, trovava nel saccheggio il modo di remunerare i mercenari e cavalieri che affollavano la corte del re. Anche nel caso di Orderico, Guglielmo II si pone in relazione a Enrico I come esempio negativo. Nelle parole del monaco, il vescovo di Séenz Serlo convince Enrico I a prendere la guida del suo popolo facendo notare al re la deriva effeminata della sua corte, esempio pratico di come il governo del Rufo avesse corrotto l’intero corpo del regnum. Enrico I si dimostra però ben diverso dal fratello, e impugnate le forbici, taglia i lunghi capelli femminei di tutti i magnati, preparandosi a brandire la spada della giustizia e cancellando l’eredità del fratello maggiore[36].

Queste descrizioni si formano quando, durante la prima metà del XII secolo, la figura del sovrano perfetto è in fase di strutturazione: il re deve essere giusto, moderato, pio, vincitore, in un perfetto equilibrio tra mente e corpo[37]. La produzione storica anglonormanna fissa nella figura del Rufo l’esatto contrario – il re corrotto, tirannico e deviato, oppressore di chiese e propugnatore di vizi – e ne fa un contraltare dell’aurea sovranità di Enrico I. I motivi che hanno portato a questa opposizione risiedono tanto nelle fonti usate dagli autori quanto dai motivi alla base delle loro opere e la conseguente necessità di descrivere Enrico I secondo i canoni della regalità perfetta ha come effetto secondario la narrazione del tiranno corrotto, ovvero Guglielmo Rufo.

 

III
Re Enrico II (1133-†1189) riprese le politiche del nonno e il suo regno si caratterizzò per la volontà di rafforzamento autocratico della corona inglese, in linea con le tendenze generali che nel XII secolo muovevano i principi europei alla ricerca di fondamenta economiche e giuridiche capaci di rendere il loro potere il meno possibile contrattabile. Una politica che coinvolgeva sia l’amministrazione del regno e i rapporti con la Chiesa inglese, sia la narrazione stessa del regno e della regalità. L’attenzione data dalla corte di Enrico II alla produzione culturale e ai suoi usi politici giocò un ruolo fondamentale nell’attrazione che l’isola britannica esercitò su un gran numero di intellettuali europei nella seconda metà del XII secolo. Erano i curiales, letterati e burocrati, i protagonisti di questo movimento, anche propriamente spaziale, verso un nuovo tipo di produzione della cultura e della sua interpretazione sul piano politico. La necessità di Enrico II – un re, che per quanto nipote di Enrico I, era comunque un non anglo-normanno – di legittimare non solo le sue politiche ma la sua stessa sovranità ebbe un peso nella produzione di opere storiche e nella creazione di una coscienza storica condivisa all’interno dell’ambiente plantageneto[38]. Non mi concentrerò sulla riflessione storiografica avvenuta ai tempi del primo re plantageneto bensì sulle opere non prettamente di carattere storico che, proprio perché partecipi di questa diffusa cultura storica, hanno evocato la figura di Guglielmo II Rufo, accettandone la versione tramadata dagli autori della prima metà del XII secolo e declinandola secondo le regole della cortesia, intesa come codice di comunicazione riservato a quanti potessero decifrarne i messaggi[39]. Nello specifico tratterò le opere di tre autori archetipici del modello di curialità sviluppatosi nel XII secolo inglese: Giovanni di Salisbury, Walter Map e Giraldo Cambrense.

Giovanni di Salisbury: il Rufo nella lotta tra corona e arcivescovato

Tra i curiales della seconda metà del XII secolo inglese Giovanni di Salisbury (1110-†1180) è quello che ha raccolto sicuramente più successo tra i posteri. Discepolo dei più grandi pensatori del secolo e a sua volta maestro, fu uomo di fiducia degli arcivescovi di Canterbury Teobaldo e Tommaso Becket e, infine, divenne vescovo di Chartres[40]. La sua opera più fortunata, il Policraticus scritto nel 1159, è un trattato sulla società e sul buon governo. Ai primi cinque libri, incentrati sui cattivi costumi delle corti e dei loro abitanti, fanno seguito altri tre che illuminano la figura del retto sovrano. Il re giusto, filosofo saggio e virtuoso, trova la sua antitesi nella figura del tiranno. In Giovanni di Salisbury, il principe che per eccessiva ambizione di potere si degrada a tiranno non fa altro che segnare la sua triste e inevetabile sorte. L’autore si sofferma a lungo sulla caratterizzazione dell’esercizio tirannico del potere sia nel campo civile sia, e sopratutto, nel campo dei soprusi ai danni della Chiesa[41]. La conclusione di questo ragionamento è la famosa teorizzazione del giusto tirannicidio.

Nel Policraticus, Guglielmo Rufo appare solo una volta, citato per rimarcare l’importanza per i re di avere un adeguata esperienza militare[42]. Giovanni lo presenta già come persecutore di santi e persona empia, eppure non lo cita quando descrive la cattiva abitudine della caccia, nella quale i cortigiani si dilettano[43] e che avrebbe potuto essere facilmente collegata alla famosa morte del Rufo, né lo fa in altri passaggi. Giovanni evita accuratamente di scrivere di Guglielmo II, che pure è nella tradizione storiografica a lui contemporanea l’esempio perfetto del tiranno, nonostante la sua funzionalità all’argomento trattato. Un’assenza che pone dei dubbi: si può ipotizzare che nel 1159 Giovanni di Salisbury, segretario della sede arcivescovile di Canterbury, non trovasse conveniente sottolineare le mancanze croniche dei re d’Inghilterra, o almeno non in maniera così diretta. La funzionalità della narrazione di Guglielmo II si rivelò nel 1163, un anno appena dopo la nomina di Tommaso Becket come arcivescovo di Canterbury, quando Becket e il re Enrico II entrarono in contrasto (uno scontro che ebbe fine solo con l’assassinio di Becket nel 1170 e il peana di Enrico II sulla sua tomba nel 1174). Giovanni di Salisbury scrisse così per un nuovo arcivescovo, in contrasto con il re e intento a crearsi una propria narrazione personale. Tommaso Becket nel suo passaggio dalla curia regis al pallio arcivescovile si era trasformato in uno strenuo difensore della libertas ecclesiae, desideroso, anche in esilio, di ripercorrere i passi di Anselmo d’Aosta[44].

Nel 1163 Giovanni di Salisbury compose una Vita sancti Anselmi da consegnare a papa Alessandro III quale allegato alla richiesta di canonizzazione dell’arcivescovo di Canterbury[45] e la scrisse proprio mentre, aperte le ostilità tra la sede arcivescovile e la corona inglese, Becket annunciava esplicitamente di voler ripercorrere i passi di Anselmo. Nel momento in cui Tommaso Becket, nuovo Anselmo, si erse a difesa dei diritti della Chiesa allora, nella penna del suo segretario, la figura del Rufo riappare nella sua malvagità:

vir quidem armis strenuus, sed parum iustus aut pius; prodifus sui, appetens alieni, ferarum amantissimum, sed negligentissimus animarum, fautor militiae et malitiae, sed Ecclesiae et innocentiae vehementissimus oppugnator, voluptatis sectator acerrimus, utpote in quo sine modo et mensura vigebant pariter amor mundi et contemptus Dei[46],
che corrompe al suo seguito il popolo e quei nobili che, silenziosi come pecore, obbediscono ai suoi ordini. Giovanni non si limita a fare un riassunto dell’opera di Eadmero, ma vi aggiunge il suo pensiero, ovvero quello dell’arcivescovato di Canterbury. Il tiranno Guglielmo, “qui vixerat bestialiter, bestialem invenerat exitum vitae”, è colpito dal giudizio divino. Un giudizio divino che rende ben più triste la tragica fine del Rufo, tanto che nelle parole di Giovanni (e non di Eadmero) lo stesso Anselmo è raffigurato addolorato per la fine del re, non solo per la sua morte fisica, ma perché il re aveva spirato l’anima in uno stato di abbandono del Signore[47].

Questa aggiunta è fondamentale e lo è proprio in comparazione con Enrico I. Giovanni di Salisbury, nella sua Vita, ricorda come anche Enrico I, dopo una iniziale concordanza, abbia avuto delle discordie con Anselmo riuscendo però a ricomporle per il bene del regno e governando di lì in poi in concordia con la sede di Canterbury[48]. Rapportando queste due diverse narrazioni alla situazione di tensione che esisteva tra la corona inglese e la sede arcivescovile al momento della stesura dell’opera, è possibile allora seguire il ragionamento suggerito da Giovanni di Salisbury: se Tommaso Becket è un nuovo Anselmo, Enrico II chi vorrà essere? La scrittura della Vita offre al re plantageneto due esempi da seguire: il terribile Rufo da un lato, il tiranno ucciso fuori dalla grazia di Dio, e, dall’altro, l’aurea figura di Enrico I, ovvero l’incarnazione della giusta regalità. Tutto stava nel trovare o meno la pace con l’arcivescovo di Canterbury. Enrico II, nel dubbio, seguì entrambi gli esempi, riappacificandosi con Becket solo dopo il suo assassinio. Nella narrazione di Giovanni è così possibile vedere, prescindendo dal risultato, come Rufo abbia ricoperto un ruolo di exemplum, usato dall’ambiente vicino a Tommaso Becket quando si accese la lotta con la corona inglese.

Walter Map: il Rufo come esempio, pessimo, di regalità cavalleresca

Entrando però nel cuore della corte di Enrico II, vi si trovava, tra gli altri, un chierico gallese che potremmo definire un lealista di Enrico II e che aveva un diverso approccio alla produzione culturale. Walter Map (†1210), lungo un ampio periodo che va dal 1180 a, presumibilmente, la sua morte nel 1210, compose l’unico suo lavoro giunto fino a noi, il De nugis curialium. Il De nugis è un’opera complessa e di difficile categorizzazione, nella quale si alternano personaggi reali, aneddoti, riflessioni storiche e narrazioni fantastiche. Nella commistione di leggende celtiche, pettegolezzi di corte, accuse e riflessioni che compongono questo zibaldone, ricompare Guglielmo II: “Willelmus secundus rex Angliae, regum pessimus (…), iusto Dei iudicio a sagitta uolante pulsus, quia demonio meridiano deditus, cuius ad nutum uixerat, onere pessimo leuauit orbem[49]. La strana ora della morte di Guglielmo II, andato a caccia nel pomeriggio in spregio alle premonizioni – come riportato da Eadmero e Guglielmo[50] – si trasforma in allusione a un’unione demoniaca. L’unione con il demone meridiano collega, all’interno del De Nugis, Guglielmo II a un altro personaggio spinto dall’ambizione oltre i limiti consentiti: Gerberto d’Aurillac, ovvero papa Silvestro II, che nel De Nugis diventa pontefice proprio grazie al suo rapporto demoniaco con Meridiana, come accade con Guglielmo II[51]. Così il Rufo, nella costruzione di Walter Map, ha una carriera simile a uno dei più vituperati uomini del tempo e la sua morte acquisisce una nota sovrannaturale: giusta punizione divina per chi ha spogliato le chiese per mantenere i suoi cavalieri[52].

Per proseguire è necessario ora tralasciare la questione di Gerberto, concentrarsi sul rapporto tra Guglielmo II e la cavalleria e fare un passo indietro. Le capacità di Guglielmo II come guerriero sono testimoniate da tutte le fonti, ma vi è un’opera nella quale la figura di Guglielmo II emerge in maniera completamente differente rispetto alle altre: si tratta dell’Estoire des Engleis scritta in francese da Gaimar[53] nel 1137 circa, nell’ambito del patronaggio culturale di Roberto di Gloucester. In questa opera Guglielmo II è ritratto come un re amatissimo da tutti, fior della cavalleria e splendore delle corti, la cui morte lascia sgomenti nobili e popolazione[54]. Tramite Guglielmo II, Gaimar offre la prima descrizione della regalità cavalleresca[55], un’idea che poi ebbe molta fortuna, da Maria di Francia a Chrétien de Troyes. Pare che la descrizione del Rufo come ottimo sovrano cavalleresco non abbia avuto fortuna nelle successive rappresentazioni[56], ma questa è una affermazione che dovrebbe tenere in conto la differenza linguistica tra le narrazioni latine e quelle francesi. Gli autori latini del XII secolo erano ecclesiastici e, oltre ad avere a cuore gli interessi della ecclesia, avevano come principale fonte per i loro studi la storiografia latina ed ecclesiastica, ovvero, per la descrizione di Gugliemo II, i già citati Eadmero e Guglielmo di Malmesbury. Potremmo così pensare che non sia possibile trovare il Rufo di Gaimar nella storiografia inglese dell’epoca semplicemente perché Gaimar non faceva parte della riflessione storiografica degli autori che scrivono in lingua latina. Ma che Gaimar – seppure la storia vernacolare in francese più conosciuta (o pubblicizzata?) fu poi il Roman de Rou di Wace – fosse autore noto ai parlanti francese è facile da ipotizzare. Per questo ragionamento Walter Map è un autore chiave: famoso più come oratore in francese che come scrittore in latino, più un novelliere che uno storico, il suo rapporto con la produzione orale era conosciuto già dai suoi contemporanei[57], e si caratterizza così come un punto di contatto tra due modi di produrre e interpretare la cultura. Possiamo così tornare a Gerberto e notare come, tramite l’elemento demoniaco, Walter Map leghi al peggiore papa possibile, perché simoniaco, il peggior re mai conosciuto, ovvero il re cavaliere.

È questa una chiave di lettura resa possibile dal fatto che la regalità cavalleresca, propagandata anche tramite i romance, era un problema politico e non solo sociale durante il regno di Enrico II: re cavalieri sono i suoi figli, Enrico il Giovane e Riccardo Cuor di Leone, in aperta rivolta contro il padre, così come nella cavalleria si identifica gran parte della nobiltà anglonormanna a loro sostegno. La regalità cavalleresca sostenuta da molti grandi magnati proponeva una visione ben differente da quella svolta autocratica di cui si è prima parlato e narrava di un re pronto a dividere con i nobili, suoi pari, le ricchezze del regno[58]. Guglielmo II è in Walter Map un pessimo re e, come già altri cavalieri dei suoi racconti, spinto dall’ambizione come Gerberto, lega la sua scalata al vertice al demonio. Nel De nugis in effetti è possibile vedere la figura dei cavalieri come totalmente ribaltata rispetto a quella proposta dalle composizioni in francese ben conosciute da Map. Walter Map usa topoi e riferimenti tipici dei romanzi cavallereschi per dare forma a una differente descrizione della cavalleria nella società, capovolgendo quella carica positiva che veniva attribuita alla quête. Alla descrizione negativa della cavalleria si aggiunge quella della regalità cavalleresca che, già delineata in maniera negativa da Map nelle sue altre nugae, acquisisce con il Rufo un’aspetto totalmente disprezzabile[59]. Considerando che Walter Map, il quale rivendica più volte il suo essere stato un uomo di Enrico II, volesse indicare, tramite il ribaltamento dell’etica cavalleresca, l’errore di quanti sostenevano Enrico il Giovane e Riccardo Cuor di Leone – parte di quella nobiltà laica che possiamo immaginare intenta ad ascoltare i versi francesi e cavallereschi di Gaimar, Maria di Francia e Chrétien de Troyes, oltre che di Bertrand de Born e altri – allora la figura di Guglielmo Rufo diventa centrale come esempio negativo e culmine di un attacco ‘propagandistico’ di più ampio respiro. Il secondo re normanno d’Inghilterra è trasformato in un personaggio letterario a tutti gli effetti e la coscienza storica condivisa dai lettori e ascoltatori del De Nugis lo rende utile come veicolo per altri messaggi.

Giraldo Cambrense: il Rufo e le rivendicazioni della nobiltà

Walter Map nella sua opera si professa come uomo del re, un legame che può sembrare simile a quello che unisce Giovanni di Salisbury all’arcivescovo di Canterbury. La situazione dei curiales non è però sempre così chiara. Giraldo Cambrense (1146-†1220) era uno dei chierici attivi nella corte plantageneta di Enrico II ma alla sua carriera a corte univa gli interessi della nobiltà attiva nelle marche Gallesi. Giraldo era membro di una famiglia della nobiltà cambro-normanna direttamente coinvolta nell’invasione dell’Irlanda, uomo coltissimo e ambizioso che ha lasciato ai posteri una voluminossima opera scritta ed è una fonte ricca di informazioni che attraversa ogni stile di scrittura, dal racconto di viaggio all’autobiografia, dalle agiografie alla polemistica[60].

Nella sua opera Guglielmo Rufo compare dapprima in un aneddoto raccontato nell’Itinerarium Kambriae[61]: Giraldo descrive dei monti sulla costa Gallese dai quali, nelle giornate serene, è possibile vedere i promontori della dirimpettaia costa irlandese. Racconta Giraldo che un giorno il Rufo, avendoli visti, progetta l’invasione dell’Irlanda. Un re irlandese, venuto a conoscenza di questo proposito, si preoccupa e chiede conferma delle parole del re, volendo sapere se questi avesse aggiunto ai suoi intenti la formula “Si Deo placuerit”. Appurato che il Rufo non si era preoccupato di aggiungere alcun commento riguardo la provvidenza divina, il re irlandese si calma: finché i re inglesi fossero stati tanto empi non avrebbero mai compiuto la conquista dell’isola. Se, per Giraldo, il Rufo non era riuscito a conquistare l’Irlanda in quanto re empio, è da notare però che, al tempo della scrittura dell’Itinerarium,Giraldo era parte della corte regia e il paese era già stato conquistato e proprio grazie all’iniziativa della famiglia del chierico, ovvero quella dei Giraldini.

La conquista dell’Irlanda operata sotto il regno di Enrico II, anche se non con il suo favore, assume nelle parole di Giraldo un’ulteriore legittimazione. Infatti, se è impossibile per gli empi conquistare l’isola allora è facile suggire che coloro che hanno compiuto la conquista siano degni di tale impresa: un’invasione che, anche nella Topographia Hibernica, Giraldo descrisse come parte del disegno divino e soggetta alla Provvidenza[62]. In questo caso, la figura di Rufo diventa un metro di paragone per la corona inglese e la famiglia di Giraldo ma anche, probabilmente, un mezzo per ricordare ai lettori che le conquiste irlandesi avevano bisogno di un re pio e ben consigliato per poterle amministrare. Infatti, le richieste di Giraldo per un intervento del re inglese nell’amministrazione dell’Irlanda, dove a suo dire i funzionari regi abusavano dei loro poteri a discapito delle famiglie – tra cui la sua – che avevano compiuto l’impresa, sono il sottotesto delle sue due precendenti opere dedicate all’Irlanda, la Topographia e l’Expugnatio Hibernica[63]. Giraldo non si fa sfuggire l’occasione gallese per rimarcare i propri interessi personali e lo fa usando le aspirazioni frustrate di Guglielmo II.

Ma il Rufo è assai più presente negli scritti di Giraldo quando, dopo quasi tre lustri e a seguito del suo volontario allontanamento dalla curia, i suoi rapporti con la corona inglese erano ormai completamente deteriorati. Negli ultimi anni della sua vita Giraldo si impegnò nella produzione polemistica contro gli ambienti che lo avevano rigettato. L’amarezza di Giraldo si riversò soprattutto nella scrittura del De instructione principum, in realtà iniziato circa nel 1190 ma poi stravolto e terminato probabilmente nel 1217, che da Speculum Principis diventò un libello di esasperata violenza contro l’intera dinastia Plantageneta. Guglielmo Rufo compare qui tra la descrizione di Enrico II e quella di Riccardo Cuor di Leone. Sul finire dell’opera Giraldo, solito all’uso del racconto profetico come chiave esegetica del presente[64], racconta delle visioni avute da Enrico II e che ne avevano preceduto le sventure e, in perfetta continuità, nel capitolo successivo ricorda che anche il tiranno Guglielmo Rufo aveva avuto simili visioni prima della sua morte[65].

La correlazione tra il Rufo e i Plantageneti non è però creata solo nella struttura del testo e diventa esplicita. Giraldo, prima di dilungarsi in una verbosa descrizione della tirannide del Rufo e di quella di altri principes,sottolinea il legame di sangue che esisteva tra Enrico II e Guglielmo II. Si crea così una spiegazione della cattiva indole di una intera stirpe regale, quella plantageneta, che si unisce a una spiegazione simile della malvagità dei tre figli del re inglese, dovuta cioè al cattivo sangue tramandato loro da Eleonora d’Aquitania e da Enrico II[66]. Giraldo ricostruisce la genealogia dei Plantageneti per sostenere il suo scopo, ricordando la sua stretta parentela con Matilda l’Imperatrice, madre di Enrico II, a Guglielmo II: “(…)Willelmus, Willelmi Bastardi filius et matris Henrici secundi patruus, quem Regem Rufum vocavit (…) Erat enim Rex ille strenuus in armis et animosus, sed tyrannus” e poi, confrontando la linea di successione dei re francesi, perfettamente lineare, con quelli inglesi, interrotta da morti improvvise, ricorda come vite dei tiranni siano attese da morti violente[67]. Il capitolo si chiude con un’altra invettiva, già preannuciata nelle righe precedenti: non vi è da stupirsi se la fine di un tiranno come Riccardo Cuor di Leone sia arrivata sulla punta di un dardo come quella di Guglielmo Rufo che era arrivata su quella di una freccia.

Nella polemica mossa da Giraldo, Guglielmo II si fa specchio di una stirpe di tiranni, non lascia scampo al destino dei Plantageneti e alla punizione divina che si abbatterà su di loro. Nel 1217, quando l’opera fu completata, Giovanni SenzaTerra era già morto e il regno di Enrico III cominciò con presupposti completamente diversi da quelli che avevano supportato le politiche dei precedenti re anglo-normanni: il giovane plantageneto era sotto la tutela del cardinale Guala Bicchieri e di Guglielmo il Maresciallo e la Magna Charta garantiva le prerogative giuridiche della nobiltà. Calato nel suo contesto politico, l’attacco alla dinastia plantageneta di Giraldo non si caratterizza come un’isolata espressione di un astio personale: gli ultimi anni di regno di Giovanni erano stati caratterizzati dal riaccendersi delle ostilità nobiliari alla politica autocratica portata avanti dalla corona inglese. Le rivendicazioni principali della nobiltà, poi confluite nella Magna Charta, erano state alimentate da una retorica precisa, che voleva abrogare gli ultimi dispotici decenni di governo e di tornare alle leggi promulgate dal giusto e degno re Enrico I[68]. Nella descrizione di Giraldo, Guglielmo II diventa quasi un pater tyrannorum ed eclissa nella genealogia plantageneta il giusto re Enrico I, privandola del suo illustre progenitore ormai arruolato tra le fila dei baroni ribelli: ciò allinea Giraldo alla nuova narrazione politica vigente.

Giraldo usa ancora il Rufo come metro di paragone nel suo ultimo lavoro, lo Speculum Ecclesiae, quando descrive l’avidità dei cistercensi[69].

Ormai nel XIII secolo Guglielmo II non sembra più essere una figura storica: è diventato uno strumento di comparazione, la sua tirannia può essere usata nella composizione delle più disparate opere – agiografia, narrazione fantastica e polemistica – e per i più disparati intenti. Nella produzione cortese della seconda metà del XII secolo Guglielmo II detto Rufo diventa un paradigma nelle mani delle differenti fazioni che animavano il regno inglese e che nella scrittura cercavano legittimazione e propaganda. Il re tiranno è così trasformato in un passaggio logico, un argomento retorico o un personaggio letterario, al quale legare le proprie argomentazioni, siano queste in sostegno dell’arcivescovo, del re o della nobiltà.

 

IV

Questa mia breve analisi non ha avuto come suo obiettivo un giudizio sull’operato di Guglielmo II né la veridicità delle fonti che ne hanno tramandato la figura, bensì si è concentrata sull’evoluzione del racconto del secondo re normanno d’Inghilterra e delle motivazioni che lo hanno portato a essere un esempio topico della figura del tiranno. La scarsa attenzione che Guglielmo II prestò alla produzione storica che doveva tramandarne le gesta ha fatto sì che le uniche fonti a lui contemporanee siano quelle provenienti da ambienti a lui fortemente ostili, quelli ecclesiastici e monastici. La successiva produzione storica della prima metà del XII secolo, muovendosi da quelle descrizioni profondamente negative, non se ne distaccò e aggiunse alla descrizione di Guglielmo II la comparazione impietosa con la figura di Enrico I.

Guglielmo II arriva così al volgere del XII secolo come una figura storica illustrata da un racconto ormai accettato, almeno per quanto riguarda la produzione culturale di lingua latina. L’ambiente di corte plantageneto, attento alla rilettura del passato in chiave propagandistica e avvezzo all’uso delle lettere per la conduzione di battaglie politiche, si basò su questa ricostruzione condivisa. Guglielmo II, cristallizzato nella sua descrizione di re malvagio e tirannico, fu usato e evocato a sostegno di differenti fazioni politiche e idee, adattato agli stili di scrittura dei chierici anglo-normanni. Possibile specchio di Enrico II nella sua lotta contro Tommaso Becket per Giovanni di Salisbury, amante di demoni e cavaliere nelle nugae di Walter Map, inizio e destino di una intera stirpe regale secondo Giraldo Cambrense. Al volgere del XIII secolo Guglielmo II, il Rufo, si era andato a trasformare in un personaggio la cui narrazione condivisa lo rendeva uno strumento retorico per gli autori in quanto metro di paragone e esempio perfettamente comprensibile dal pubblico di riferimento.

 

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[1] VITALE, Orderico – Historia Ecclesiastica. Ed. Marjorie Chibnall. Oxford: Oxford University Press, 1975, Lib. X, 4, p. 209.

[2] EADMERO – Historia Novorum. Ed. Martin Rule. Lessig-Druckerei: Kraus reprint, 1965, Lib. II, p. 102.

[3] MALMESBURY, Guglielmo di – Gesta Regum Anglorum. Ed. Roger A.B. Mynors, Rodney M. Thompson, Michael Winterbottom. Oxford: Clarendon Press, 1998, Lib. IV, 313, p. 557.

[4] Cfr. BARLOW, Frank – William Rufus. 2nd ed. New Haven: Yale University Press, 2000, pp. 115-116, 158-163, 435-438.

[5] Su Giovanni, re d’Inghilterra, si rimanda CHURCH, Stephen – King John: New Interpretations. Woodbridge: Boydell Press, 2012.

[6] Vide: BARLOW, Frank. – William Rufus; MASON, Emma – King Rufus: The Life & Mysterious Death of William II of England. Stroud: History, 2008; GILLINGHAM, John – William II. The Red King. London: Lane, 2015.

[7] Per una riflessione storiografica sulla figura di Guglielmo II cfr.: CALLAHAN, Thomas – “The Making of a Monster: The Historical Image of William Rufus”. Journal of Medieval History 7, 2 (1981), pp. 175-185.

[8] Cfr. HOLLISTER, C. Warren – “The Strange Death of William Rufus”. Speculum 48, 4 (1973), pp. 637-653; CANTARELLA, Glauco M. – Principi e corti. Torino: Einaudi, 1997, pp. 87-90.

[9] BRETT, Martin – The English Church Under Henry I. London: Oxford University Press, 1975; GREEN, Judith A. – The Government of England under Henry I. London / New York / Melbourne: Cambridge university press, 1986; HOLLISTER, C. Warren – “William Rufus, Henry I, and the Anglo-Norman Church: Difference in Style or Change in Substance?”. Peritia 6-7 (1987), pp. 119-140.

[10] Cfr. MASON, Emma – “William Rufus: Myth and Reality”. Journal of Medieval History 3, 1 (1977), pp. 1-20; CROSBY, Everett – The King's Bishops: The Politics of Patronage in England and Normandy, 1066-1216. New York: Palgrave, 2013.

[11] Lo scontro, o meglio gli scontri tra Anselmo e Guglielmo II si concentrarono sulla questione delle investiture, del primato di Canterbury (il primo esilio fu causato dal divieto di convocare un concilio episcopale), e dell’accettazione di Urbano II in quanto papa e sul servizio che Anselmo prestava alla corona ritenuto da Guglielmo II non sufficiente.

[12] La Historia Novorum, sebbene si presenti come una storia degli ultimi avvenimenti del regno inglese, tratta quasi esclusivamente dello scontro politico tra l’arcivescovato e la corona; la Vita Anselmi aggiunge al ritratto politico di Anselmo una visione più privata e la lista dei suoi miracoli, in vista della futura canonizzazione.

[13] EADMERO – Historia Novorum, lib. I, pp. 25, 30 e 38-39.

[14] EADMERO – Historia Novorum, p. 39.

[15] ANGLO-SAXON CHRONICLE, versione E. Ed. Dorothy Whitelock, David Douglas and Susie Tucker. Westport: Greenwood Press, 1986, p. 176.

[16] O quella di Saturno, cfr. WALTER MAP – De Nugis Curialium. Ed. Montague R.James, Charles N. L. Brooke, Rodney A. B Mynors. Oxford: Oxford University Press, 1983, Dist. V, cap. 5, p. 439.

[17] SOUTHERN, Richard W. – Medieval Humanism: And Other Studies. Oxford: Blackwell, 1984, pp. 160-162; WOLF, Kenneth B. – Making History: The Normans and Their Historians in Eleventh-Century Italy. Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 1995; HOLLISTER, C. Warren – Anglo-Norman Political Culture and the Twelfth-Century Renaissance: Proceedings of the Borchard Conference on Anglo-Norman History, 1995. Woodbridge: The Boydell Press, 1997.

[18] A esempio: JOHN OF WORCESTER – Chronica, 22 (1088). Ed. Reginald Darlington, Patrick McGurk. Oxford: Clarendon Press, 1998, vol. III, pp. 49-56.

[19] Guglielmo di Malmesbury (1090-†1142). Nato trent’anni dopo la Conquista normanna dell’Inghilterra, durante il regno di Guglielmo Rufo, nella contea del Wiltshire e poi monaco dell’abbazia di Malmesbury. In questo ambiente, Guglielmo è iniziato alla vita intellettuale e ai doveri monastici da Goffredo di Jumièges, approfondendo discipline come la filosofia e la storia; successivamente gli sono affidati i ruoli di precettore dei novizi e di bibliotecario. Oltre ai Gesta Regum, la sua produzione storica comprende i Gesta Pontificum; Historia Novella. Cfr. GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, vol. 1, pp. xiii–xxi; FARMER, Dom Hugh – “William of Malmesbury's Life and Works”. The Journal of Ecclesiastical History 13, 01 (1962), pp. 39-54, p. 39; GRANSDEN, Antonia – Historical Writing in England. Ithaca, New York: Cornell University Press, 1974-1982, pp. 179-180; THOMSON, Rodney M. – William of Malmesbury. Woodbridge: Boydell, 2003, pp. 36-38.

[20] GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. I, Prologus, p. 15.

[21] Le Gesta Regum Anglorum sono composte su invito della regina Matilde che incoraggia il monaco a compiere una ricerca storica sulla famiglia regale, con lo scopo di dimostrare la discendenza della stessa sovrana da sant’Adelmo, cofondatore dell’abbazia di Malmesbury. L’opera è iniziata intorno al 1118, interrotta, recuperata e portata a termine intorno al 1125-1127, per essere rivista e modificata negli anni tra il 1135 e il 1140. Cfr. THOMSON, Rodney M. – William of Malmesbury, pp. 7-8.

[22] GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum ,Lib. IV, pp. 540-707, passim.

[23] GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. III, Prefatio, p. 425.

[24] GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum , Lib. IV, 311, p. 552.

[25] GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. IV, 312, pp. 554-556.

[26] Guglielmo II pare molto interessato allo sfarzo della sua figura e in tal senso Guglielmo di Malmesbury riporta un aneddoto: il re, indossando delle scarpe, chiede al cameriere quanto fossero costate; venendo a sapere che erano costate solo tre soldi il re indignato e lo ingiuria, “Filii ‘ait’ meretricis ex quo habet rex caliga tam exilis pretii?”, chiedendone di più costose, per almeno un marco d'argento. Il cameriere ne compra un nuovo paio, ma a un prezzo molto inferiore e, intascando la differenza, le offre al sovrano che ne è molto soddisfatto. GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. IV, 313, pp. 556-558.

[27] “Quis talia de illiterato homine crederet? Et fortassis erit aliquis qui, Lucanum legens, falso opinetur Willelmum haec exempla de Iulio Cesare mutuatum essse. Sed non erat ei tantum studii vel otii ut litteras umquam audiret” GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, III. 320, p. 566. “Eloquentiae nullae, sed titubantia linguae notabilis, maxime cum ira succresceret”, GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. IV, 321, p. 566.

[28]Si quis vero desiderat scire corporis eius qualitatem, noverit eum fuisse corpore quadrato, colore rufo, crine sufflavo, fronte fenestrata, oculo vario, quibusdam intermicantibus guttis distincto, precipuo robore, quamquam non magnae staturae, et ventre paulo proiectiore”, GUGLIELMO DI MALMESBURY – Gesta Regum Anglorum, Lib. IV, 321, p. 566.

[29] Cfr. HAAHR, Joan Gluckauf – “The Concept of Kingship in William of Malmesbury's Gesta Regum and Historia Novella”. Mediaeval Studies 38 (1976), pp. 351-371; WEILER, Björn – “William of Malmesbury on Kingship”. History XC (2005), pp. 3-22.

[30] Cfr. WEILER, Björn – “William of Malmesbury, king Henry I and the Gesta Regum Anglorum”. in LEWIS,Christopher P. (ed.) – Anglo-Norman Studies XXXI: Proceedings of the Battle Conference 2008. Woodbridge: Boydell, 2009, pp. 157-176.

[31] PATTERSON, Robert – “William of Malmesbury's Robert of Gloucester: A Re-evaluation of the Historia Novella”. The American Historical Review 70, 4 (July, 1965), pp. 983-997; GOUTTEBROZE, Jean-Guy – “Robert de Gloucester et l’écriture de l’histoire”. in BUSHINGER, Danielle (ed.) Histoire et literature au moyen âge: actes du colloque du Centre d’Études Médiévales de l’Université de Picardie (Amiens 20–24 mars 1985). Göppingen: Kümmerle Verlag, 1991, pp. 143-160.

[32] La descrizione del regno di Guglielmo II si confronta con l’immagine esemplare di Enrico I che è però a sua volta in diretta relazione con quella di Roberto di Gloucester. L’autore crea così una alternanza tra modelli negativi e modelli positivi: Aroldo e Guglielmo I; Guglielmo II e Enrico I; infine Stefano di Blois e Roberto di Gloucester. Tra Guglielmo II e Stefano è possibile vedere delle analogie molto forti, se i regni del Conquistatore e di Enrico I sono rappresentati come una fase di ‘costruzione’, quelli del Rufo e di Stefano appaiono chiaramente come regni di rovina. Per questa analisi si veda: BELLEI MUSSINI, Lorenzo – Propter adhorantium auctoritatem voluntate. Legittimazione, patronage e propaganda nelle Gesta Regum Anglorum di Guglielmo di Malmesbury. Bologna: Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2014. PhD Thesis, passim e in particolare le pp. 3-30 e 224 e 269.

[33] Orderico Vitale (1075-†1142) fu un monaco benedettino. Di origini inglesi, si trasferì poi nel monastero di St. Evroult, in Normandia, dove trascorse il resto della sua vita e scrisse la Historia Ecclesiastica, completata nel 1141. Cfr. CHIBNALL, Marjorie – The world of Orderic Vitalis. Oxford: Oxford University Press, 1984.

[34] ORDERICO VITALE – Historia Ecclesiastica, Lib. X, pp. 200-290 passim.

[35] Guglielmo II è invece uno dei due draghi – l’altro è il fratello Roberto – che combattendo distruggono il regno inglese. ORDERICO VITALE – Historia Ecclesiastica, Lib. XII, pp. 386-389.

[36] ORDERICO VITALE – Historia Ecclesiastica, Lib. XI, 2, pp. 61-69.

[37] Cfr. CHAUOU, Amaoury – L'idéologie Plantagenêt: Royauté arthurienne et monarchie politique dans l'espace Plantagenêt, XIIe-XIIIe siècles. Rennes: Presses universitaires de Rennes, 2001, pp. 195-202; CANTARELLA, Glauco Maria – “Il pallottoliere della regalità: il re perfetto di Sicilia”. in CORRAO, Pietro e MINEO, E. Igor (eds.) – Dentro e fuori la Sicilia. Roma: Viella, 2009, pp. 29-45.

[38] Radulfo de Diceto, Roberto de Torigny, Ruggero di Howden, Gervasio di Canterbury, Guglielmo di Newburgh, Benoît di Sainte-Maure sono solo alcuni dei nomi dei protagonisti di una profonda ricostruzione e ripensamento della storia del regno anglo-normanno. Vide AURELL, Martin – “Les Plantagenêt, la propagande et la relecture du passé”. in AURELL, Martin (ed.) – Culture Politique des Plantagenêt: 1154-1224: Actes Du Colloque Tenu à Poitiers Du 2 Au 5 Mai 2002. Poitiers: Université de Poitiers; CNRS, 2003, pp. 9-34; CHAUOU, Amaury – “La culture historique à la cour Plantagenêt et les réseaux ecclésiastiques”. in AURELL, Martin (ed.) – Culture Politique des Plantagenênet, pp. 269-286.

[39] Per completare questa riduttiva panoramica non posso che rimandare molto brevemente a: HASKINS, Charles Homer – The renaissance of the Twelfth Century. Cambridge: Harvard University Press, 1927. BEZZOLA, Reto – La cour d’Angleterre comme centre littéraire sous les rois Angevins (1154-1199). Paris: Champion, 1963; TÜRK, Egbert – Nugae curialium: le règne d'Henri II Plantegenêt (1145-1189) et l'étique politique. Genef: Librairie Droz, 1977; CINGOLANI, Stefano Maria – “Filologia e miti storiografici: Enrico II, la corte plantageneta e la letteratura”. Studi Medievali XXXII (1991), pp. 814-832. AURELL, Martin – L’empire des Plantagenêt. Paris: Perrin, 2003. Per quanto riguarda la cortesia e le corti principesche: CANTARELLA, Glauco M. – Principi e Corti; Su Enrico II si veda: WARREN, Wilfred Lewis – Henry II. London: E. Methuen, 1973; BARTLETT, Robert – England Under the Norman and Angevin Kings 1075-1225. Oxford: Clarendon Press, 2006; GILLINGHAM, John – The English in the Twelfth Century: Imperalism, National Identity and Political Values. Woodbridge: Boydell & Brewer, 2008; HARPER-BILL, Christopher; VINCENT, Nicholas (eds.) – Henry II: New Interpretations. Cambridge: Cambridge University Press, 2012.

[40] DAL PRA, Mario – Giovanni di Salisbury. Milano: Bocca, 1951; MASSEY, Hector J. – “John of Salisbury: Some Aspects of His Political Philosophy”. Classica et Mediaevalia 28 (1967), pp. 357-372; ROUSE, Richard, ROUSE, Mary – “John of Salisbury and the Doctrine of Tyrannicide”. Speculum 42 (1967), pp. 693-709; GARFAGNINI, Gian Carlo – “Legittima potestas e tirannide nel Policraticus di Giovanni di Salisbury”. Critica Storica 14 (1977), pp. 9-44; WILKS, Michael – The World of John of Salisbury. London: Blackwell, 1994.

[41] GIOVANNI DI SALISBURY – Policraticus. Ed. Charles C. J Webb. Oxford: Clarendon Press, 1909, lib. III, cap. xv, pp. 232-233 e passim.

[42]Rex Anglorum qui Rufus cognominatus est, armis quidem strenuus sed parum religiosus et qui persecutione sanctorum et praecipue sancti Anselmi Cantuariensis spiculum inuidiae quo suffocatus est in se uisus est prouocasse, is, inquam, Cenomannum expugnauit, comitem cepit nec tamen dignatus est eum carcerali custodiae mancipare; tantoque operi attestabitur in perpetuum mons Barbatus aut, si alio nomine censere malueris, dicatur mons Barbarus aut Barbarorum”,GIOVANNI DI SALISBURY – Policraticus, lib. VI, cap. XVIII, p. 48.

[43] GIOVANNI DI SALISBURY – Policraticus, lib. I, cap. IV, pp. 21-35.

[44] Cfr. SOUTHERN, Richard William – Saint-Anselm and his biographer: a study of monastic life and thought: 1059-c.1130. Cambridge: Cambridge University Press, 1963, pp. 337-338; S. Thomae Cantuariensis Archiepiscopi, Epistolae ad Alexandrum Papam, Ep. XXV, (PL, 190, 476); Ep. XLII, (PL 190, 566).

[45] MATERIALS FOR THE HISTORY of Thomas Becket, archbishop of Canterbury (canonized by pope Alexander 3., A. D. 1173). Ed. James C. Robertson. London: Longman, 1891, Epistola XXIII, pp. 35-36.

[46] GIOVANNI DI SALISBURY – Vita Sancti Anselmi. Ed. Inos Biffi, Aldo Granata, Stefano Maria Malaspina, Costante Marabelli. Milano: Jaca Book, 2009, VII, p. 320.

[47] GIOVANNI DI SALISBURY – Vita Sancti Anselmi, XI, p. 350; Cfr. EADMERO – Vita Anselmi. Ed. Inos Biffi, Aldo Granata, Stefano Maria Malaspina, Costante Marabelli. Milano: Jaca Book, 2009, lib. II, cap. XLIX, p. 193.

[48] GIOVANNI DI SALISBURY – Vita Sancti Anselmi, XII e XIII, pp. 353-361.

[49] WALTER MAP – De Nugis Curialium. Ed. Montague R. James, Charles N. L. Brooke, Rodney A. B Mynors. Oxford: Oxford University Press, 1983, Dist. V, Cap. 6, pp. 464 e 466.

[50] EADMERO – Vita Anselmi, lib. II, cap. XLIV e XLIX, pp. 187 e 193; Gesta Regum Anglorum, Lib. IV, 333, pp. 573-577.

[51] WALTER MAP – De Nugis Curialium, Dist. IV, Cap. 11, pp. 351-3; Cfr. OLDONI, Massimo – Gerberto e il suo fantasma. Tecniche della fantasia e della letteratura nel Medioevo. Napoli: Liguori, 2008, in particolare pp. 33-85.

[52](…) ecclesia, quam tu [Guglielmo] truculenter irrumpis, predia sua distrahens in stipendia certe sed dispendia militum?”, WALTER MAP – De Nugis Curialium, Dist. V, Cap. 6, pp. 466 e 468.

[53] Geffrei Gaimar, poeta anglo-normanno, di origini sconosciute. Non si hanno notizie della sua vita eccetto che godette della protezione e del supporto, tra gli altri, di Roberto fitzHenry, earl di Gloucester, e di Walter Spec. Scrisse L’estoire des Engleis probabilmente tra il 1136 e il 1137, una ambiziosa storia in lingua francese dell’isola britannica che parte dalle mitologiche ascendenze troiane dei suoi abitanti e si conclude con la morte di Guglielmo II Rufo. Cfr SHORT, Ian – Geffrei Gaimar: Estoire des Engleis (History of the English). Oxford: Oxford University Press, 2009, pp. IX-LIII.

[54] GEFFREI GAIMAR – Estoire des Engleis. Ed. Thomas Wright. London: Canton Society, 1850, ll. 5775-6434, pp. 200-224.

[55] GILLINGHAM, John – “Kingship, Chivalry and Love: Political and Cultural Values in the Earliest History Written in French: Geoffrey Gaimar's Estoire Des Engleis”. in HOLLISTER, C. Warren (ed.) – Anglo-Norman Political Culture and the Twelfth Century Renaissance, pp. 45-47; GILLINGHAM, John – The English in Twelfth Century, pp. 240-248.

[56] CALLAHAN, Thomas – “The Making of a Monster”, pp. 180-181; GRANSDEN, AntoniaHistorical Writing in England, pp. 178-182.

[57] VÀRVARO, Alberto – “Le corti anglo-normanne e francesi”. in Lo spazio letterario del Medioevo, II Medioevo volgare, La produzione del testo.Vol. I. Roma: Salerno editrice, 1994, pp. 253-301. Vide GIRALDO CAMBRENSE – Expugnatio Hibernica, Proemium secundae editione. Ed. John S. Brewer, James F. Dimock, George F. Warner, Giraldi Cambrensis Opera. 8 vol. Londra: Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores, 1851-1891, pp. 410-411 (Vol. V).

[58] Per quanto riguarda la rappresentazione letteraria, brevemente gli essenziali: KÖHLER, Erich – L’avventura cavalleresca. Ideale e realtà nei poemi della Tavola Rotonda. Bologna: Il Mulino, 1985 [ed. originale 1970], pp. 53-89; DUBY, George – “Les “jeunes” dans la société aristocratique dans la France du Nord-Ouest au XII siecle”. Annales E.S.C. 5 (1964), pp. 835-846. Per i re cavalieri in ambiente plantageneto: GILLINGHAM, John – Richard Coeur de Lion: Kingship, chivalry, and war in the twelfth century. London: Hambledon Press, 1994; FLORI, Jean – Richard Coeur de Lion: Le roi-chevalier. Paris: Éditions Payot, 1999; CHAUOU, Amaoury – L'idéologie Plantagenêt; FASSÒ, Andrea – Il sogno del cavaliere: Chrétien de Troyes e la regalità. Roma: Carocci, 2003; STRICKLAND, Matthew – “On the instruction of a prince: the upbringing of Henry, the young king”. in HARPER-BILL, Charles; VINCENT, Nicholas (eds.) – Henry II: New Interpretations, pp. 184-214. E per quanto riguarda le fazioni a supporto delle rivolte dei principi plantageneti, e in particolare la famiglia Beaumont: CROUCH, David – The Beaumont twins: The roots and branches of power in the twelfth century. Cambridge: Cambridge University Press, 1986; STRICKLAND, Matthew – War and chivalry: The conduct and perception of war in England and Normandy, 1066-1217. New York: Cambridge University Press, 1996; CROUCH, David – The birth of nobility: Constructing aristocracy in England and France: 900-1300. Harlow, England: Pearson/Longman, 2005.

[59] Per quanto riguarda l’analisi dell’opera di Walter Map come anti-cavalleresca e la rappresentazione dei re cavalieri mi permetto di rimandare ai miei: DE FALCO, Fabrizio – “Lo specchio del cavaliere. L’uso del fantastico per rappresentare i lati oscuri dei milites nel de Nugis Curialium di Walter Map”. L’immagine riflessa Testi, società, culture XXIV/34 (2015), pp. 135-155; DE FALCO, Fabrizio – “Portraits of royalties in the De nugis curialium of Walter Map. A hyphothesis about chivalric royalty and political factins at the Plantagenet court”. [online] Memoria Europae II/1, (2016), pp. 120-153, www.ojs.unsj.edu.ar/index.php/memoriaeuropae/article/view/100/99 [accessed on 13-01-2017]; DE FALCO, Fabrizio – “I capitoli melusiniani del de nugis curialium: ribaltamento dell’ideologia cavalleresca e uso politico”. Studi Medievali LVIII 1 (2017), pp. 45-92.

[60] BARTLETT, Robert – Gerald of Wales, 1146-1223. Oxford: Clarendon Press, 1982.

[61] GIRALDO CAMBRENSE – Itinerarium Kambriae, lib. II, cap. I, pp. 109-110 (vol. VI).

[62] Cfr. GIRALDO CAMBRENSE – Topographia Hibernica, dist. I, cap. XXXII, dist. II, capp. IX, X e XIX, pp. 33-34, 91-95 e 101-107 (vol. V).

[63] Sempre restrittivamente, sulla conquista irlandese e sulla visione che ne ha Giraldo: DAVIES, Rees – The first English Empire, power and identities in the British Isles 1093-1343. Oxford: Oxford University Press, 2000; Duffy, Sean – “Henry II and England’s insular neighbours”. in HARPER-BILL, Charles; VINCENT Nicholas (eds.) – Henry II: new interpretations, pp. 132-133; DE FALCO, Fabrizio – “I tempi narrati e il tempo della narrazione. Alcune ipotesi sulla Topographia Hibernica di Giraldo Cambrense”. in BARILLARI, Sonia Maura; DI FEBO, Martina (eds.) – Calendari. L’uomo, il tempo, le stagioni. Aicurzio: Virtuosa-Mente, in corso di stampa.

[64] BARTLETT, Robert – “Political prophecy in Gerald of Wales”. in AURELL, Martin (ed.) – Culture Politique des Plantagenêt, pp. 303-311.

[65] GIRALDO CAMBRENSE – De principis instructione libri III, dist. III, capp. XXIX e XXX, pp. 312-326 (vol. VIII).

[66] GIRALDO CAMBRENSE – De principis instructione libri III, cap. XXVII, pp. 208-304.

[67]Item, principes vidimus qui non lineali propagine sibi invicem succedentes, sed per hysteron proteron potius, perque caedes suorum et strages propinquorum violentam adepti dominatione, cruentae tyranndis suae et crudelitatis nimiae talionem in terris ultione divina suscipiunt, perque sagittas atque balistas vel oppressiones bellicas et hostiles invasiones creberrimas, innaturali plerumque morte decedunt, perpetuam alibi poenam in Gehennae supplicio praestolantes, nec filiis aut nepotibus ceterive propinquis male quaesita pejusque detenta, cuncta nimirum grave nimis et perverse gubernata, relinquunt”, GIRALDO CAMBRENSE – De principis instructione libri III, cap. XXX, pp. 315 e 320.

[68] Cfr. CHURCH, Stephen – King John, Magna Carta and the making of a Tyrant. London: Macmillan, 2015.

[69] GIRALDO CAMBRENSE – Speculum ecclesiae, dist. III, cap. I, p. 138, (vol. IV).

 

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Referência electrónica:

DE FALCO, Fabrizio – “Tanto malvagio da essere d’esempio. I clerici anglo-normanni e la descrizione di Guglielmo II Rufo, disgraziatamente re d’Inghilterra”. Medievalista 23 (Janeiro – Junho 2018). [Em linha] [Consultado dd.mm.aaaa]. Disponível em http://www2.fcsh.unl.pt/iem/medievalista/MEDIEVALISTA23/falco2305.html

ISSN 1646-740X

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